mercoledì 3 maggio 2017

Sui Giovani Cannibali e altre cose Pulp

Negli anni Novanta del XX secolo assistiamo a un cambiamento nella letteratura italiana. Per la prima volta, infatti, proliferano testi estremamente violenti e aggressivi caratterizzati da uno stile vorace completamente diverso rispetto a quello cui eravamo abituati in Italia. Proprio in questi anni assistiamo anche alla nascita di un esiguo gruppo di giovani scrittori che fanno capolino nel panorama letterario italiano. Molteplici sono le etichette che gli vengono affibbiate, alcune più appropriate come "scrittori dell'eccesso" o "neo-avanguardisti", altre più visionarie come "narrative invaders" o, per l'appunto, "cannibali". I protagonisti principali di questa nuova corrente letteraria sono Niccolò Ammaniti, Tiziano Scarpa, Aldo Nove e Isabella Santacroce. 
L'appellativo di Cannibali ricade addosso a questi autori, come un abito che li calza a pennello, grazie alla "prima antologia italiana dell'orrore estremo", intitolata appunto Gioventù Cannibale. Questo volume, a cura di Daniele Brolli, venne pubblicato a per la prima volta nel 1996 da Einaudi editore. Si tratta di una raccolta di racconti, in cui “undici sfrenati, intemperanti, cavalieri dell’Apocalisse” (come vengono definiti dallo stesso Brolli), inscenano situazioni visionarie, deliranti e al limite del paradossale. Gli autori in questione sono Niccolò Ammaniti, Aldo Nove, Luisa Brancaccio, Alda Teodorani, Daniele Luttazzi, Andrea I. Pinketts, Massimiliano Governi, Matteo Curtoni, Matteo Galiazzo, Stefano Massaron e Paolo Caredda. Il termine "Cannibali" gli viene definitivamente cucito addosso dai media dopo l'uscita della raccolta, a sottolineare una serie di caratteristiche che li accomuna, come il desiderio di liberarsi dai vincoli delle convenzioni letterarie e dalle teorie manieristiche dei loro predecessori.  Questo filone viene definito anche narrativa pulp; bisogna pensare, infatti, che nel 1996 in Italia arriva anche la famosa pellicola Pulp Fiction di Quentin Tarantino a stravolgere la percezione della narrazione e le modalità del racconto. Il termine pulp letteralmente significa "polpa" e porta subito la mente a pensare a qualcosa di viscido, vischioso come una poltiglia. Anche se in letteratura questa definizione si era già vista (basti pensare a Charles Bukowski e alla sua famosa opera chiamata appunto Pulp), nel caso dei Cannibali mantiene sì la stessa accezione, ma con una sfumatura diversa. I racconti dei Cannibali si distinguono per la presenza di storie terribili, assurde, paradossali ma, soprattutto, esasperate. Partendo da una realtà verosimile o quantomeno fittizia, si creano storie basate su paradossi tragicomici (a volte anche solo tragici) e si esaspera questa realtà fino a renderla la brutta copia di se stessa, un grottesco e macabro universo parallelo. Da un primo sguardo in superficie lo scopo della scrittura è provocare brividi di repulsione, mostrare un mondo pulp che gronda crudeltà e terrorizza con la sua mancanza di qualsiasi tipo di moralità. L'orrore, la violenza e il grottesco narrati dai Cannibali sono una vera e propria "testimonianza ieratica del male" (Emanuele Trevi, Spazzatura e violenza: sull’estetica cannibale).
Leggendo il tutto in chiave critica o cercando almeno di scavare più a fondo, vediamo chiaramente come il fine ultimo della scrittura dei Cannibali resta sì sconvolgere il lettore, cercando di scuoterlo dal suo intorpidimento, ma va ben oltre. Mostrano una realtà talmente esasperata da essere la parodia di se stessa. Le vicende narrate, che sembrano così astruse e paradossali tanto sono estreme non sono altro che una feroce satira verso la realtà che ci circonda. Il critico Marino Sinibaldi paragona il loro atteggiamento al “civettare con l’orrore", perché le disgrazie e la violenza vengono narrate con disincantata allegria. La scrittrice Julia Kristeva sottolinea come la realtà messa in scena dai Cannibali sia sdoppiata "tra il disgusto e il riso, l’apocalisse e il carnevale". A proposito dell'antologia Gioventù Cannibale, Daniele Luttazzi sostiene che "fu un'antologia profetica: intellettuali come Mauri e Guglielmi la criticarono perché secondo loro conteneva una narrativa lontana dalla realtà italiana. Dopo qualche mese, l'Italia conobbe i casi del mostro di Firenze, del serial killer ligure, di Erika e Omar, dei satanisti lombardi eccetera. Gli artisti hanno le antenne e sentono in anticipo quello che sta per arrivare". Dei veri e propri visionari dell'assurdo.

Tutto questo entusiasmo per questa "corrente letteraria" è riemersa in me nell'ultimo periodo. Niccolò Ammaniti è uno dei miei scrittori preferiti in assoluto e avevo letto la raccolta Gioventù Cannibale un
bel po' di anni fa. E' un filone che mi stuzzica particolarmente e proprio per questo lo scorso mese ho deciso di recuperare un paio di chicche che mi ero persa per la via. Il primo libro è Superwoobinda di Aldo Nove. Conoscevo già l'autore,  di cui avevo già letto "Amore mio infinito" (tra l'altro letto in seconda o terza media e l'avevo adorato, meraviglioso) e "Fuoco su Babilonia" (una raccolta di poesie che invece non mi aveva entusiasmato particolarmente). Superwoobinda è una raccolta di racconti che, detto senza mezzi termini, o si ama o si odia (come del resto un po' tutti i Cannibali). Io, manco a dirlo, l'ho adorato. Sono racconti assolutamente folli e allucinanti ma secondo me incarnano perfettamente il "modello cannibale" secondo cui, partendo da una realtà apparentemente normale, si snodano risvolti inaspettati, talvolta violenti e disturbanti, tanto da rendere il tutto un enorme caricatura grottesca e bizzarra. I racconti di Superwoobinda sono brevi (una media di due pagine e mezzo), immediati, si interrompono con parole tronche lasciate sospese lì a mezz'aria, spesso senza punteggiatura. Sono stati paragonati a trasmissioni televisive, o meglio, al risultato che si ottiene quando una persona, seduta in poltrona, fa zapping con il telecomando, scorrendo tra le migliaia di notizie, telegiornali, stragi, volti, nomi, pubblicità. Una sfrenata satira nonché una lucida critica verso il mondo della televisione, del consumismo, delle stragi folli, del trash tracotante. Mi rendo conto che sia estremo (a tratti esageratamente volgare) e che quindi si sia portato dietro commenti non troppo entusiastici da parte della critica ma, secondo me, resta comunque uno specchio sulla cruda realtà della nostra contemporaneità (in questo caso in realtà parliamo degli anni 90, popolati dalle varie Ambra Angiolini e Spice Girls, ma cambiando i nomi con qualcosa di attuale, il risultato non cambia), in cui situazioni che sembrano così cruente e mostruose siano invece estremamente (e tragicamente) realistiche. 
"La vita è praticamente un concerto delle All Saints, qualcosa di brutto. Le Spice, sono qualcosa di superiore."

L'altro libro è Zoo di Isabella Santacroce, un'autrice di cui non avevo mai letto niente. Per descriverlo veramente in tre parole, direi che questo libro è un pugno allo stomaco. Di quelli dati bene, con forza. Un padre remissivo, una madre esuberante, una figlia candida (che non lo è poi così tanto) e lo zoo intorno a loro. Una gabbia che loro stessi hanno costruito intorno a loro, con sbarre fatte di odio mascherato da amore, ricatti e sentimenti repressi. Il fulcro fondamentale di questo romanzo non è tanto la trama di per sé (di cui non voglio svelare troppo, è una piacevole agonia scoprirla piano piano, con estrema cautela), quanto le sensazioni e le emozioni imprigionate nello zoo. Questo romanzo trasuda rabbia, rancore, cattiveria e vi farà venire un nodo alla bocca dello stomaco e corrucciare la fronte per il dolore che sprigiona. Dal rapporto padre-figlia morboso e indissolubile a quello madre-figlia che causerà un vortice di odio e risentimento tanto potente da spazzare via qualsiasi sentimento vero, puro. Tutto è corrotto dalla rabbia, da quel bisogno primitivo che ci rende tanto simile a bestie che seguono l'istinto, gli impulsi primordiali. Meraviglio e massacrante, per lo stomaco e per l'anima. 

4 commenti:

  1. Letture belle toste, soprattutto per il mio stomaco :) non conosco questi libri, ho solo sentito parlare dell'ultimo, ma ho capito il genere perché ho letto una raccolta di racconti di Ammaniti (Il momento è delicato) e ricordo che c'erano delle storie abbastanza cruente, direi quasi mostruose, in tutti i sensi.
    Comunque il libro della Santacroce me lo segno, mi ispira non poco!
    Bel post, molto interessante!

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    1. Esattamente, mi rendo conto che possano non piacere a tutti. Non solo per i temi cruenti ma anche per il linguaggio, spesso sboccato e volgare. Il romanzo della Santacroce è molto bello e davvero molto intenso :)

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  2. Questo post è stato davvero istruttivo! Intanto ero totalmente all'oscuro di questa definizione letteraria, quindi mi hai aperto un mondo! Devo dire che il libro della Santacroce sembra davvero stuzzicante e credo che lo leggerò, ma aspetterò di essere in una fase ben corazzata e pronta a ricevere qualche schiaffone ben piazzato! Grazie per i suggerimenti! E grazie per questa frase "è una piacevole agonia scoprirla piano piano, con estrema cautela". Che perla! ^_^

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    1. Ti ringrazio! Sì, diciamo che è un genere piuttosto crudo (e giustamente non a tutti piace), ma io lo adoro non ci posso far niente :D

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